• Por AlohaCriticón

La obra más popular y conseguida del escritor italiano Giacomo Leopardi muestra bien su significativa tonalidad macilenta, dolorida y pesimista, que tanto caracteriza su escritura y su propia vida.

Su seductora poesía, de gran musicalidad, es una de las más bellas, atormentadas y reflexivas escritas en la Italia de principios del siglo XIX.

Leamos algunos poemas:

A sí mismo

Reposarás por siempre,

cansado corazón! Murió el engaño

que eterno imaginé. Murió. Y advierto

que en mí, de lisonjeras ilusiones

con la esperanza, aun el anhelo ha muerto.

Para siempre reposa;

cese el palpitar. No existe cosa

digna de tus latidos; ni la tierra

un suspiro merece: afán y tedio

es la vida, no más, y fango el mundo.

Cálmate, y desespera

la última vez: a nuestra raza el Hado

sólo otorgó el morir. Por tanto, altivo,

desdeña tu existencia y la Natura

y la potencia dura

que con oculto modo

sobre la ruina universal impera,

y la infinita vanidad del todo.

All’Italia

O patria mia, vedo le mura e gli archi

e le colonne e i simulacri e l’erme

torri degli avi nostri,

ma la gloria non vedo,

non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

i nostri padri antichi. Or fatta inerme,

nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

formosissima donna! Io chiedo al cielo

e al mondo: dite dite;

chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

che di catene ha carche ambe le braccia;

sì che sparte le chiome e senza velo

siede in terra negletta e sconsolata,

nascondendo la faccia

tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,

le genti a vincer nata

e nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,

mai non potrebbe il pianto

adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;

che fosti donna, or sei povera ancella.

Chi di te parla o scrive,

che, rimembrando il tuo passato vanto,

non dica: già fu grande, or non è quella?

Perché perché? dov’è la forza antica,

dove l’armi e il valore e la costanza?

Chi ti discinse il brando?

Chi ti tradì? qual arte o qual fatica

o qual tanta possanza

valse a spogliarti il manto e l’auree bende?

Come cadesti o quando

da tanta altezza in così basso loco?

Nessun pugna per te? non ti difende

nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo

combatterò, procomberò sol io.

Dammi, o ciel, che sia foco

agl’italici petti il sangue mio.

Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi

e di carri e di voci e di timballi:

in estranie contrade

pugnano i tuoi figliuoli.

Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,

un fluttuar di fanti e di cavalli,

e fumo e polve, e luccicar di spade

come tra nebbia lampi.

Né ti conforti? e i tremebondi lumi

piegar non soffri al dubitoso evento?

A che pugna in quei campi

l’itala gioventude? O numi, o numi:

pugnan per altra terra itali acciari.

Oh misero colui che in guerra è spento,

non per li patrii lidi e per la pia

consorte e i figli cari,

ma da nemici altrui

per altra gente, e non può dir morendo:

alma terra natia,

la vita che mi desti ecco ti rendo.

Oh venturose e care e benedette

l’antiche età, che a morte

per la patria correan le genti a squadre;

e voi sempre onorate e gloriose,

o tessaliche strette,

dove la Persia e il fato assai men forte

fu di poch’alme franche e generose!

Io credo che le piante e i sassi e l’onda

e le montagne vostre al passeggere

con indistinta voce

narrin siccome tutta quella sponda

coprìr le invitte schiere

de’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.

Allor, vile e feroce,

Serse per l’Ellesponto si fuggia,

fatto ludibrio agli ultimi nepoti;

e sul colle d’Antela, ove morendo

si sottrasse da morte il santo suolo,

Simonide salia,

guardando l’etra e la marina e il suolo.

E di lacrime sparso ambe le guance,

e il petto ansante, e vacillante il piede,

toglieasi in man la lira:

beatissimi voi,

ch’offriste il petto alle nemiche lance

per amor di costei ch’al Sol vi diede;

voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.

Nell’armi e ne’ perigli

qual tanto amor le giovanette menti,

qual nell’acerbo fato amor vi trasse?

Come sì lieta, o figli,

l’ora estrema vi parve, onde ridenti

correste al passo lacrimoso e duro?

Parea ch’a danza e non a morte andasse

ciascun de’ vostri, o a splendido convito:

ma v’attendea lo scuro

Tartaro, e l’onda morta;

Né le spose vi foro o i figli accento

quando su l’aspro lito

senza baci moriste e senza pianto.

Ma non senza de’ Persi orrida pena

ed immortale angoscia.

Come lion di tori entro una mandra

or salta a quello in tergo e sì gli scava

con le zanne la schiena,

or questo fianco addenta or quella coscia;

tal fra le Perse torme infuriava

l’ira de’ greci petti e la virtute.

Ve’ cavalli supini e cavalieri;

vedi intralciare ai vinti

la fuga i carri e le tende cadute,

e correr fra’ primieri

pallido e scapigliato esso tiranno;

ve’ come infusi e tinti

del barbarico sangue i greci eroi,

cagione ai Persi d’infinito affanno,

a poco a poco vinti dalle piaghe,

l’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva:

beatissimi voi

mentre nel mondo si favelli e scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,

spente nell’imo strideran le stelle,

che la memoria e il vostro

amor trascorra o scemi.

La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando

verran le madri ai parvoli le belle

orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,

o benedetti, al suolo,

e bacio questi sassi e queste zolle,

che fien lodate e chiare eternamente

dall’uno all’altro polo.

Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle

fosse del sangue mio quest’alma terra.

Che se il fato è diverso, e non consente

ch’io per la Grecia i moribondi lumi

chiuda prostrato in guerra,

così la vereconda

fama del vostro vate appo i futuri

possa, volendo i numi,

tanto durar quanto la vostra duri.

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